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GIORNATA MONDIALE DELL’ALIMENTAZIONE, i legami con il clima

Il 16 ottobre si celebra la Giornata Mondiale dell’Alimentazione, istituita dalle Nazioni Unite.

La Giornata Mondiale dell’Alimentazione accende ogni anno i riflettori su un settore chiave per la salute e la sussistenza dell’umanità e per l’economia, che ha anche un profondo legame con la salute del nostro pianeta e la crisi climatica.

I sistemi agroalimentari danno lavoro a un miliardo di persone in tutto il mondo, più di qualsiasi altro settore economico. Profondo il loro legame con l’ambiente e il clima, per cui il settore risente di gravi effetti relativi all’inquinamento e soprattutto alla crisi climatica, ed è allo stesso tempo responsabile di una grossa fetta di emissioni, di distruzione di habitat e inquinamento.

Come spiega la FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura, «il modo in cui produciamo, consumiamo e, purtroppo, sprechiamo il cibo ha pesanti ripercussioni sul nostro pianeta, in quanto le risorse naturali, l’ambiente e il clima vengono esposti inutilmente a un forte stress. Fin troppo spesso la produzione alimentare deteriora o distrugge gli habitat naturali, contribuendo all’estinzione delle specie. Questo problema ci costa migliaia di miliardi di dollari ma, soprattutto, i nostri sistemi agroalimentari stanno causando profonde disuguaglianze e ingiustizie nella nostra società globale. Tre miliardi di persone non possono permettersi un’alimentazione sana, mentre il sovrappeso e l’obesità sono in costante aumento in tutto il mondo».

Le criticità legate al settore agroalimentare sono state evidenziate ulteriormente dall’emergenza sanitaria in corso: «la pandemia del COVID-19 ha messo in luce che è necessario un urgente cambio di rotta», sottolinea la FAO: «ha reso ancora più difficile per gli agricoltori – già alle prese con eventi climatici variabili ed estremi – vendere i loro raccolti, mentre l’aumento della povertà sta spingendo un numero sempre crescente di cittadini a ricorrere alle banche alimentari, e milioni di persone richiedono aiuti alimentari di emergenza. Sono necessari sistemi agroalimentari sostenibili, in grado di nutrire 10 miliardi di persone entro il 2050».

Unsplash/Ben WhiteLe soluzioni esistono: a fare il punto, proprio in occasione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione, è la stessa FAO.

governi devono riformulare vecchie strategie e adottarne di nuove, che favoriscano la produzione sostenibile di alimenti nutrienti a prezzi accessibili e promuovano la partecipazione degli agricoltori. Le strategie dovrebbero promuovere l’uguaglianza e la formazione, favorire l’innovazione, incrementare i redditi rurali, offrire ai piccoli agricoltori reti di sicurezza e garantire la resilienza al clima. Devono inoltre prendere in considerazione i diversi aspetti che influenzano i sistemi alimentari: formazione, salute, energia, protezione sociale, finanziamenti e molti altri ancora, creando equilibrio tra di essi. Devono inoltre essere sostenuti da un forte incremento di investimenti responsabili e da un solido supporto per ridurre problemi sociali e ambientali in tutti i settori, in particolare il settore privato, la società civile, i ricercatori e il mondo accademico.

Proprio per discutere di soluzioni il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha convocato nel mese di settembre 2021 il primo Vertice sui Sistemi Alimentari, con lo scopo di trovare accordi e rafforzare la cooperazione su nuovi interventi volti a trasformare il modo in cui il cibo viene prodotto e consumato nel mondo, con l’obiettivo di rimettersi sulla strada giusta per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile.

Come ha osservato Guterres, infatti, i sistemi alimentari svolgono un ruolo cruciale per tutti gli obiettivi di Sviluppo Sostenibili che si sono poste le Nazioni Unite nel 2015 con lo scopo di raggiungere uno sviluppo sostenibile ed equo in tutto il mondo entro il 2030.

Enorme il loro impatto anche sul clima: secondo i dati riportati dalla FAO attualmente i sistemi alimentari mondiali sono responsabili di oltre un terzo delle emissioni di gas serra prodotte dall’uomo a livello globale.

Unsplash/Beth Macdonald

Il summit, che si è svolto in forma virtuale, ha portato a diversi annunci da parte di numerose nazioni. Qualcuno ha assunto impegni significativi: il Giappone per esempio ha promesso di decarbonizzare i propri sistemi alimentari e la Norvegia si è impegnata ad affrontare gli impatti della deforestazione nelle catene di approvvigionamento. Altri paesi, come la Nuova Zelanda, hanno sottolineato la necessità di monitorare meglio le emissioni dell’agricoltura e della deforestazione.

Sono intervenuti anche i paesi in via di sviluppo e gli stati insulari, che sono tra le realtà che risultano già colpite più duramente dagli effetti della crisi climatica, e hanno chiesto ai paesi più ricchi di rispettare i loro impegni già esistenti in materia di finanziamenti per il clima (sarà questo uno dei punti chiave che ci si aspetta vengano affrontati alla COP26 di Glasgow a partire dalla fine di questo mese), aiutare a sviluppare sistemi di allerta precoce per eventi meteorologici estremi e affrontare le crisi alimentari provocate da tali eventi.

Come ha rilevato Carbon Brief, nonostante le richieste e le promesse il vertice si è chiuso, di fatto, con pochi impegni davvero concreti. La senior policy analyst di ActionAid USA, Alberta Guerra, ha detto a Carbon Brief che il summit non si è occupato in modo sufficiente delle trasformazioni sistemiche di cui il settore agroalimentare necessita urgentemente, e le soluzioni che sono state proposte puntano molto sull’innovazione e le tecnologie che «guidano i profitti per le aziende, ma emarginano ulteriormente i piccoli produttori di cibo».

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