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Gaza, al disastro umanitario si sommano enormi emissioni di gas serra

A oltre 100 giorni dall’inizio dell’invasione israeliana a Gaza, si stima che siano morte circa 24 mila persone – con il timore che migliaia di corpi siano ancora sotto le macerie – e che quasi 61 mila siano ferite. Oltre due terzi degli ospedali sono fuori uso e la popolazione è ridotta alla fame in tutta la Striscia, che ormai risulta in buona parte rasa al suolo da bombardamenti senza precedenti.

A questo scenario atroce si sommano gli impatti che il conflitto in corso ha, anche, sulla crisi climatica.
È un discorso noto per tutte le guerre: un rapporto pubblicato nel 2022 stimava che, a livello globale, il settore militare è responsabile di una quantità di emissioni di gas serra compresa tra il 3,3 e il 7 per cento di quelle generate ogni anno in tutto il mondo. Questa stima – probabilmente al ribasso secondo i ricercatori che l’hanno realizzata – non include le emissioni provocate dagli impatti delle operazioni militari, come per esempio gli incendi e altri danni a infrastrutture ed ecosistemi, o quelle necessarie per la ricostruzione.
Dalle stime relative alla guerra a Gaza, che pure sono ancora approssimative, emergono dati ancora più gravi.

Le emissioni dei primi 60 giorni di guerra a Gaza hanno superato quelle annuali di 20 dei paesi più vulnerabili al clima

A fare i conti sono stati gli autori di una ricerca, pubblicata nei giorni scorsi dal Social Science Research Network e condivisa dal Guardian, in cui si analizza in particolare quanto avvenuto nei primi 60 giorni di conflitto.
In soli due mesi, si stima che la guerra a Gaza abbia generato una quantità di emissioni che supera quella annuale di oltre 20 delle nazioni più vulnerabili al clima. Se nel conteggio si includono anche le infrastrutture belliche costruite da Israele e da Hamas, le emissioni totali superano quelle di oltre 33 paesi e territori.

Si tratta di cifre significative anche se ci troviamo di fronte a stime al ribasso, avvertono i ricercatori: in assenza di una rendicontazione trasparente delle emissioni militari, «abbiamo adottato un approccio conservativo».
L’analisi ha considerato le emissioni di anidride carbonica generate dalle missioni aeree e dai voli di rifornimento a sostegno dell’esercito israeliano, quelle dei veicoli militari e quelle provocate dalla produzione e dallo scoppio di razzi, bombe e artiglieria.
Nei primi 60 giorni di guerra, si stima che tali emissioni ammontino, in tutto, ad almeno 281.315 tonnellate di CO2. Di queste, quasi la metà (133.650) sarebbe stata generata dagli almeno 200 voli effettuati dagli Stati Uniti per sostenere Israele con rifornimenti militari.
Circa 147.000 tonnellate di CO2 sarebbero state rilasciate dalle missioni aeree, dall’artiglieria, dalle bombe, dai carri armati e dai veicoli militari israeliani. Secondo le stime, i razzi di Hamas avrebbero emesso 713 tonnellate.

Questo quadro, spaventoso dal punto di vista ambientale oltre che naturalmente sotto il profilo umanitario, tra le altre cose evidenzia le criticità legate alla mancanza di un obbligo, per gli apparati militari, di fornire in modo trasparente i dati relativi al loro impatto sul clima. «La natura improvvisata di questi calcoli – sottolineano i ricercatori – indica l’urgente necessità di una segnalazione obbligatoria delle emissioni militari, sia in tempo di guerra che in tempo di pace, attraverso la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC)».

Alla fine del conflitto, anche la ricostruzione di Gaza avrà un impatto sul clima

I bombardamenti israeliani stanno devastando Gaza, e hanno danneggiato in modo significativo edifici e infrastrutture, spesso distruggendoli del tutto. La ricostruzione richiederà anni e costerà miliardi di dollari, osservano i ricercatori, ma comporterà anche l’emissione di grandi quantità di gas climalteranti. «Facendo una stima prudente – si legge nell’analisi – ipotizziamo che ogni edificio ricostruito o restaurato comporti l’emissione di 300 tonnellate di CO2»: le stime, sempre al ribasso, mostrano che in tutto le emissioni annuali della ricostruzione supereranno quelle di oltre 130 Paesi del mondo.

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