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Previsione delle valanghe: “un’arte in mano a poche persone altamente specializzate”

Il forte maltempo portato dal susseguirsi di perturbazioni che hanno investito l’Italia in questa prima decade del mese di dicembre, verrà ricordato anche per le nevicate che hanno imbiancato le pianure di diverse regioni (Piemonte, Lombardia, Emilia, Veneto e Friuli) e, soprattutto, per gli eccezionali accumuli di neve caduta in pochi giorni sulle Alpi. Nei fondovalle e in generale alle basse quote, la neve si è alternata ad alcune fasi con prevalenza di pioggia (o di neve mista a pioggia) a causa di temporanei ma bruschi rialzi dello zero termico determinati dallo Scirocco, che si sono verificati anche sulle Dolomiti e in Friuli, con episodi di pioggia nello scorso fine settimana fin verso i 2000 metri.

Foto: Matteo Leoni

In generale, l’insistenza delle nevicate in alta quota, ci ha regalato panorami di rara bellezza, creando però al contempo notevoli disagi alla circolazione stradale e determinando condizioni favorevoli al distacco delle valanghe, come evidenziato dall’elevato grado di pericolo che compare nei bollettini emessi in questi giorni dagli enti preposti, pubblicati da AINEVA (Associazione Interregionale di coordinamento e documentazione per i problemi inerenti alla neve e alle valanghe). Nel bollettino emesso ieri (mercoledì 9 dicembre) gli esperti hanno valutato un pericolo di grado 4 (Forte) su una scala da 1 a 5, in molti settori delle Alpi centrali e orientali, fino al grado massimo di pericolo 5 (Molto Forte, e a cui si ricorre assai di rado) nelle Alpi Carniche.

Proprio sulle montagne friulane infatti si sono registrati notevoli apporti di neve fresca anche nel corso del ponte dell’Immacolata, con accumuli totali al suolo che superano i 2 metri.

Le abbondanti nevicate e la presenza di strati di neve umida o bagnata sono all’origine dell’elevato grado di pericolo, che può manifestarsi con valanghe spontanee di medie e grandi dimensioni e addirittura con valanghe da slittamento, che coinvolgono cioè l’intero manto nevoso, provocate dall’azione di lubrificazione dell’acqua contenuta negli strati più vicini al suolo, specie nel caso di pendii erbosi.

L’aspetto soffice e candido delle neve fresca che ammanta il paesaggio alpino non deve farci dimenticare che lo spesso manto nevoso è costituito da un insieme di strati di cristalli che si sono depositati al suolo in momenti diversi e in differenti condizioni meteo (temperatura, vento, ecc.). La neve fresca, appena caduta, ha una densità di solito compresa tra 60 e 120 chilogrammi al metro cubo (cioè circa un decimo della densità dell’acqua allo stato liquido); la neve umida o mista a pioggia può invece superare i 300 kg/m3. Un altro elemento da considerare è il vento: se durante una nevicata soffia con forte intensità, la sua azione frantuma i cristalli e li compatta, producendo uno strato con caratteristiche fisiche diverse dagli altri strati preesistenti o che lo ricopriranno successivamente. Inoltre il vento è in grado di trasportare notevoli quantità di neve, modificandone la distribuzione al suolo in base alla sua direzione e alla conformazione orografica, con importanti ripercussioni sulla possibile formazione delle valanghe.

Come abbiamo visto da questi esempi, la valutazione della stabilità del manto nevoso e la previsione delle valanghe è un processo complesso, definito in un recente seminario del Centro Valanghe di Arabba  (e a mio parere molto correttamente) “un’arte in mano a poche persone altamente specializzate”, per la necessità di figure professionali con grande preparazione ed elevata capacità di interpretazione delle situazioni di rischio. Da qui, la necessità di investire nella ricerca e nella preparazione dei giovani che si dedicheranno a questa attività.

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