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Buco dell’Ozono, comportamento anomalo nel 2023

Il buco dello ozono sopra l’Antartide in questo 2023 sta subendo dei comportamenti piuttosto irregolari, nonostante si sia parlato di una sua chiusura nell’arco dei prossimi decenni. Secondo gli scienziati il buco dell’ozono potrebbe chiudersi infatti intorno al 2065, ma ci sono ancora dei dubbi, legati alla quantità di cloro emessi dalle attività umane e dagli incendi nell’atmosfera della Terra, un fattore precedentemente non contabilizzato.

Buco dell’Ozono, nel 2023 il sesto più grande mai osservato e uno dei più longevi

Nel corso del 2023 il buco dell’ozono è comparso già ad inizio agosto e a settembre è diventato per un breve periodo il sesto più grande mai osservato con un’estensione di 26,15 milioni di chilometri quadrati, per poi tornare nella media ad ottobre e aumentare nuovamente a fine mese, fino a restare intorno ai 15 milioni di chilometri quadrati fino a fine novembre-inizio dicembre.

Oltre alle anomalie registrate nella sua formazione e nelle sua estensione massima, infatti, dalla fine di ottobre a questa parte il buco dell’ozono ha mantenuto un’area di poco più di 15 milioni di chilometri quadrati. Di solito il buco dell’ozono si chiude intorno alla fine di novembre, ma ad oggi non mostra segnali di indebolimento.

Stando alla media del periodo 1979-2020, infatti, l’estensione del buco dell’ozono, dopo il picco raggiunto tra fine settembre e inizio ottobre, iniziava a diminuire in modo graduale, fino a scendere sotto i 15 milioni di km2 nella seconda metà di ottobre. Quest’anno, invece, ha subito un anomalo aumento nella seconda metà di ottobre (sfiorando i 20 km2), per poi mantenersi intorno ai 15 milioni di km2 fino a fine novembre, e potrebbe restare tale anche ad inizio dicembre. Il Copernicus Atmosphere Monitoring Service (CAMS) ne sta seguendo da vicino lo sviluppo e ne sta analizzando le potenziali cause.

L’insolita longevità del buco dell’ozono di quest’anno è stata osservata anche in quelli degli ultimi 3 anni. Dal 2020, i buchi dell’ozono si sono chiusi molto più tardi del solito, intorno alla metà o alla fine di dicembre.

La loro maggiore longevità è stata causata dalle temperature stratosferiche più fredde della media e da un forte vortice polare durato fino a dicembre.

Ciclicamente il buco dell’ozono compare verso l’inizio della primavera australe, di solito nel mese di agosto, e si chiude verso fine novembre, in coincidenza con la rottura del vortice polare.

La formazione e la grandezza del buco dell’ozono dipendono da diversi fattori, tra cui le temperature, la radiazione solare, l’andamento dei venti nella stratosfera, il riscaldamento globale e da fenomeni eruttivi importanti, quali l’eruzione del vulcano Hunga Tonga nel gennaio 2022, che ha iniettato grandi quantità di vapore acqueo nella stratosfera. Nonostante sia una ipotesi ancora oggetto di studi, il vapore acqueo emesso in atmosfera dall’eruzione dell’Hunga Tonga potrebbe aver portato all’intensificazione della formazione di nubi stratosferiche polari, dove i clorofluorocarburi (CFC) possono reagire e accelerare la riduzione dello strato di ozono. Inoltre la presenza di maggior vapore acqueo può anche contribuire al raffreddamento della stratosfera antartica, migliorando ulteriormente la formazione di queste nubi stratosferiche polari e risultando in un vortice polare più robusto.

Al di là di questo evento, però, le dimensioni del buco dell’ozono dipendono in gran parte dalla forte fascia di vento che lambisce l’area antartica, conseguenza diretta della rotazione terrestre e delle forti differenze di temperatura tra le diverse latitudini. Quando il vortice polare è forte, agisce come una barriera, impedendo lo scambio tra le masse d’aria polari e quelle temperate.

Tra il 2020 e il 2022 abbiamo osservato variazioni di grandezza e durata del buco dell’ozono sopra l’Antartide. Secondo un recente studio il cambiamento climatico ha già provocato nuove fonti di riduzione dello strato di ozono e un aumento dei CFC in atmosfera. Ma le condizioni climatiche e ambientali, che determinano la formazione del buco dell’ozono, risentono a loro volta della presenza di un buco dell’ozono più o meno ampio, e più o meno duraturo.

Dalla firma del Protocollo di Montreal – ha commentato il direttore del CAMS, Vincent-Henri Peuch – abbiamo ridotto drasticamente l’emissione di sostanze che riducono lo strato di ozono, dando spazio all’atmosfera per iniziare il suo recupero. Si tratta di un processo lungo che coinvolge molti fattori fluttuanti che dovrebbero essere monitorati per avere una corretta comprensione di come si sta sviluppando lo strato di ozono. Il successo del Protocollo di Montreal è una testimonianza di quanto possano essere efficaci le azioni per proteggere il clima globale”.

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