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Aumento dei prezzi al supermercato, in Italia la crisi climatica minaccia il 23% dei principali prodotti

Quasi un quarto dei prodotti alimentari preferiti dagli italiani potrebbe subire un significativo aumento dei prezzi a causa della crisi climatica.

L’allarme arriva da un nuovo rapporto dell’organizzazione britannica Christian Aid, che evidenzia come i cambiamenti climatici stiano già avendo un impatto importante sugli agricoltori e i consumatori di tutto il mondo, che vedono aumentare il prezzo degli alimenti di uso quotidiano per effetto di fenomeni estremi come la siccità, il caldo e le inondazioni.
E non è solo quello che accade sul nostro territorio a influenzare il costo della spesa: come evidenzia il rapporto, l’aumento dei prezzi è legato soprattutto ai prodotti che importiamo da Paesi considerati ad alto rischio climatico.

In particolare, mentre le principali esportazioni di carne e latticini provengono da Paesi con moderata vulnerabilità ai cambiamenti climatici e per lo più interni all’Unione Europea, sono soprattutto i prodotti ortofrutticoli ad arrivare da territori altamente vulnerabili alla crisi climatica, e poco preparati ad affrontarli. Tra i prodotti più a rischio troviamo per esempio il cacao, il tè e il caffè, ma anche uva, avocado e banane, avvertono gli esperti.

Aumento prezzi, cosa rischia l’Italia

Tra le nazioni prese in esame da Christian Aid – Regno Unito, Germania e Italia – la nostra è quella in cui la parte più significativa delle importazioni frutta, verdura e prodotti proteici arriva da Paesi ad alto rischio climatico (il 23%, contro il 22% del Regno Unito e il 15% della Germania).

Tra i prodotti di uso quotidiano che arrivano da Paesi ad alta vulnerabilità, e rischiano quindi di andare incontro a un maggiore aumento dei prezzi, per l’Italia l’organizzazione ha evidenziato alcuni esempi particolarmente a rischio.

  • Le banane: il principale esportatore in Italia è la Colombia, dove si prevede un calo di circa il 6% della produzione entro il 2050 a causa della crisi climatica.
  • Il cacao: Costa d’Avorio e Ghana forniscono circa il 60% dell’intera produzione mondiale, ma secondo alcuni studi i loro territori potrebbero non essere più adatti entro i prossimi 30 anni, se non interveniamo in fretta per contrastare i cambiamenti climatici.
  • Il caffè, che arriva soprattutto dal Brasile: il prezzo è già aumentato in modo significativo a causa dell’estremizzazione climatica, con ondate di siccità e di gelo, che ha contribuito a far calare le riserve globali di caffè al livello più basso mai registrato in oltre vent’anni.
  • L’uva: quella importata arriva soprattutto dall’Egitto, e la produzione (come anche in Italia) rischia di subire seri danni per gli effetti dei cambiamenti climatici.
  • Il pistacchio, che arriva principalmente dalla Costa d’Avorio dove l’industria di questo prodotto è gravemente minacciata dalla siccità e dai problemi idrici.
  • Il tonno in scatola, importato soprattutto dalla Costa d’Avorio: crisi climatica e pesca eccessiva influenzeranno le principali specie di tonno, la cui produzione potrebbe essere compromessa anche del 36 per cento entro il 2050.

Il rapporto di Christian Aid è disponibile, in inglese, a questo link.

Sappiamo cosa fare e abbiamo gli strumenti: è ora di agire

Per proteggere le catene di approvvigionamento alimentare dagli impatti dei cambiamenti climatici e limitare l’aumento dei prezzi, è fondamentale agire in modo rapido e concreto per contrastare il surriscaldamento globale e prepararsi al meglio per affrontarne gli impatti ormai inevitabili, dando anche un maggiore sostegno a chi produce cibo in condizioni pericolose.

In questo senso, sarebbe molto utile che i governi rispettassero gli impegni che hanno già assunto.
Per esempio, da anni le nazioni più ricche si sono impegnate a stanziare fondi per il clima ai Paesi in via di sviluppo: già dal 2020 avrebbero dovuto mettere sul piatto 100 miliardi di dollari all’anno (ritenuti tra l’altro insufficienti dai principali esperti), ma non si è ancora arrivati alla cifra promessa.
Alla COP26 ospitata da Glasgow nel 2021, inoltre, i paesi ricchi avevano concordato di raddoppiare, entro il 2025, i fondi per l’adattamento climatico, ovvero le misure necessarie ad affrontare gli effetti ormai inevitabili dell’aumento delle temperature globali. Ma neppure questa promessa, al momento, sembra sulla strada giusta per essere mantenuta.

Luca Bergamaschi, co-direttore di ECCO, il Think tank italiano per il clima, sottolinea il ruolo centrale della diplomazia per il nostro Paese. «Lo stile di vita degli italiani potrebbe essere radicalmente stravolto dagli impatti climatici – avverte -. Il 23% della frutta, della verdura e dei prodotti proteici consumati ogni giorno dagli italiani proviene oggi da Paesi ad alto rischio di cambiamento climatico. I prezzi potrebbero salire alle stelle e le forniture interrompersi, con un impatto sui cittadini più vulnerabili di tutte le società. Per preservare la cultura tradizionale italiana è necessario intensificare gli sforzi a livello globale per raggiungere le emissioni zero e adattarsi a un nuovo clima. La diplomazia italiana sul clima per nuovi partenariati sostenuti da nuove regole finanziarie e investimenti verso i Paesi a medio e basso reddito in Africa, Asia e America centrale e meridionale sarà fondamentale nei prossimi anni. Il G7 italiano del 2024 è una sede fondamentale per costruire filiere alimentari a prova di clima e un mondo più sicuro per tutti».

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