El Niño si ingigantisce: il mondo entra nella fase decisiva ma non interessa a nessuno
La probabilità che il fenomeno persista fino a febbraio 2027 è ormai prossima al 100 per cento.

Se la traiettoria attuale proseguirà, secondo Celeste Saulo, segretaria generale della WMO, l’evento potrebbe risultare più forte di qualunque altro dall’inizio del monitoraggio e collocarsi fuori dai grafici utilizzati negli ultimi quarant’anni. Non significa che ogni Paese subirà gli stessi effetti, ma che aumenta il rischio globale di siccità, alluvioni e caldo estremo.
Per la prima volta un aggiornamento dell’Organizzazione meteorologica mondiale esprime una previsione tanto netta. La certezza riguarda la durata di El Niño, non l’avverarsi di una determinata catastrofe: gli impatti dipenderanno dal luogo, dalla stagione, dalla vulnerabilità dei territori e dall’interazione con gli altri oceani.
Non è più una possibilità collocata in fondo a un grafico previsionale. El Niño è ormai saldamente insediato nel Pacifico equatoriale e continuerà a rafforzarsi nei prossimi mesi. Il 3 settembre l’Organizzazione meteorologica mondiale ha stimato una probabilità prossima al 100 per cento che il fenomeno persista sia nel trimestre settembre-novembre 2026 sia tra dicembre 2026 e febbraio 2027. Secondo la WMO, è la prima volta che un aggiornamento globale su El Niño e La Niña raggiunge un grado di concordanza tanto elevato tra i diversi sistemi di previsione.
Questo dato va letto correttamente. Non significa che sia quasi certo un numero prestabilito di alluvioni, siccità o ondate di calore. Significa che è ormai eccezionalmente alta la probabilità che il grande motore oceanico-atmosferico del Pacifico resti nella sua fase calda fino all’inizio del 2027, continuando a spostare le probabilità climatiche in molte regioni del mondo. La previsione stagionale non indica il giorno e il luogo di un disastro: segnala che il terreno sul quale si formeranno gli eventi meteorologici sta diventando più favorevole agli estremi.
Un’enorme riserva di calore sotto il Pacifico
Il segnale è visibile sia alla superficie sia nelle profondità dell’oceano. Nella regione Niño 3.4, il settore del Pacifico centrale-orientale più utilizzato per misurare l’evoluzione di El Niño, l’anomalia media della temperatura superficiale è passata da circa +1,5 °C nel periodo maggio-luglio a +2,0 °C nel solo mese di luglio. Tra la fine di luglio e la metà di agosto i valori settimanali sono ulteriormente saliti, oscillando approssimativamente tra +2,2 e +2,6 °C.
Sotto la superficie il serbatoio termico è ancora più impressionante: la WMO ha rilevato in alcune aree anomalie superiori a 8 °C durante luglio e l’inizio di agosto. Questo calore subsuperficiale può alimentare il fenomeno per mesi, perché le variazioni dei venti e della circolazione oceanica consentono alle acque più calde di raggiungere progressivamente la superficie.
La possibilità che l’evento superi ogni precedente registrato, evocata da Saulo in conferenza stampa e riportata da Reuters, resta legata al proseguimento della traiettoria attuale e non costituisce un primato già acquisito. I grandi episodi del 1997-1998 e del 2015-2016 restano i riferimenti storici con i quali dovrà essere confrontato il massimo atteso verso la fine del 2026.
La NOAA aveva già indicato ad agosto una probabilità superiore al 90 per cento di un El Niño molto forte durante l’autunno e l’inverno dell’emisfero settentrionale. Per il trimestre ottobre-dicembre attribuiva inoltre il 69 per cento di probabilità a un evento “storico”, definito come il superamento della soglia di +2,5 °C nel Relative Oceanic Niño Index.
I valori settimanali della WMO, compresi tra +2,2 e +2,6 °C tra la fine di luglio e la metà di agosto, e la soglia NOAA di +2,5 °C non sono però direttamente sovrapponibili. I primi descrivono anomalie settimanali della temperatura superficiale nella regione Niño 3.4; la seconda riguarda una media di tre mesi del RONI, un indice relativo che cerca di distinguere il segnale di El Niño dal riscaldamento generale degli oceani. Cambiano quindi sia la scala temporale sia il metodo di calcolo. Presi nel loro corretto contesto, entrambi indicano comunque un evento eccezionalmente intenso, potenzialmente ai livelli più alti dell’epoca delle osservazioni moderne.
Naturale non significa innocuo
El Niño è un fenomeno naturale e non è causato dal cambiamento climatico. Nasce dall’interazione tra oceano e atmosfera nel Pacifico tropicale: gli alisei si indeboliscono, le acque calde si spostano verso il centro e l’est del bacino, la risalita di acqua fredda lungo le coste del Sudamerica diminuisce e cambia la posizione delle grandi aree di convezione tropicale. Da quel punto, attraverso le teleconnessioni atmosferiche, gli effetti possono propagarsi a migliaia di chilometri.
Ma un fenomeno naturale oggi si sviluppa dentro un clima che naturale non è più. L’atmosfera e gli oceani partono da temperature più alte a causa dell’accumulo di gas serra prodotto dalle attività umane. El Niño aggiunge temporaneamente calore all’atmosfera e riorganizza le precipitazioni; il riscaldamento globale innalza il livello di partenza e mette a disposizione più energia e umidità per molti eventi estremi.
Resta aperta la domanda su come il riscaldamento globale possa modificare nel tempo l’ampiezza e la frequenza degli eventi ENSO. Il Sesto rapporto di valutazione dell’IPCC non rileva un consenso tra i modelli su una variazione sistematica dell’intensità delle anomalie oceaniche di ENSO nel corso del XXI secolo. È invece molto più robusta la previsione di un aumento della variabilità delle precipitazioni associata a ENSO nella seconda metà del secolo. Distinguere questi due piani evita sia di attribuire automaticamente al cambiamento climatico la forza di ogni singolo El Niño, sia di sottovalutare l’amplificazione dei suoi impatti in un pianeta più caldo.
Non è scientificamente corretto attribuire in anticipo a El Niño ogni alluvione, incendio o siccità dei prossimi mesi. È però altrettanto scorretto trattarlo come un’oscillazione innocua che si sovrappone a un mondo immutato. La combinazione tra un El Niño molto forte e oceani globalmente caldi crea condizioni senza equivalenti perfetti nel passato recente. È questo il senso dell’espressione usata dal segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres: “El Niño si sta ingigantendo davanti ai nostri occhi”.
Un solo fenomeno, rischi opposti
Per settembre-novembre 2026, le previsioni multimodello della WMO indicano una maggiore probabilità di temperature superiori alla media su quasi tutte le terre emerse. Sul fronte delle precipitazioni emerge invece una risposta più complessa: El Niño può rendere alcune regioni più piovose e altre più secche, modificando la posizione delle piogge tropicali, delle fasce di alta e bassa pressione e delle correnti atmosferiche.
La forza dell’evento aumenta la probabilità che compaiano configurazioni tipiche, ma non determina automaticamente la gravità delle conseguenze. Lo stesso quantitativo di pioggia può essere assorbito da un territorio protetto e trasformarsi in una catastrofe dove mancano drenaggi, manutenzione, sistemi di allerta o vie di evacuazione. Allo stesso modo, una riduzione delle precipitazioni produce effetti diversi a seconda delle riserve idriche, delle colture, delle reti energetiche e della capacità economica di reagire.
Inoltre El Niño non agirà da solo. La WMO prevede lo sviluppo di una fase positiva del dipolo dell’Oceano Indiano, con un valore medio stagionale di circa +0,9 °C, mentre l’Atlantico tropicale settentrionale e meridionale dovrebbe rimanere più caldo della norma. Questi segnali possono rafforzare, attenuare o spostare gli effetti normalmente associati al Pacifico. Il clima dei prossimi mesi sarà quindi il risultato dell’interazione tra più bacini oceanici, non l’esecuzione meccanica di uno schema già scritto.
Il 2027 e l’effetto ritardato sulle temperature globali
El Niño dovrebbe raggiungere il massimo tra novembre e dicembre 2026, ma una parte dei suoi effetti sulla temperatura media globale può manifestarsi con maggiore evidenza nell’anno successivo. Il calore trasferito dall’oceano all’atmosfera non scompare quando l’indice Niño 3.4 smette di crescere: continua a propagarsi nel sistema climatico.
Questo aumenta la possibilità che il 2027 sia un altro anno eccezionalmente caldo. È ancora prematuro stabilire se supererà i precedenti primati, perché il risultato dipenderà dall’evoluzione effettiva di El Niño, dagli altri bacini oceanici, dagli aerosol, dalle eruzioni vulcaniche e da ulteriori fattori naturali. Ma il rischio di nuove ondate di calore parte già da una base elevata e non può essere trattato come una sorpresa.
Il Corno d’Africa mostra perché prepararsi adesso
Il Corno d’Africa è uno dei luoghi nei quali il segnale stagionale è già sufficientemente chiaro da guidare decisioni operative. Per l’ultimo trimestre del 2026, il centro climatico regionale ICPAC indica una probabilità del 90 per cento di precipitazioni più abbondanti nel sud dell’Etiopia, nella Somalia centrale e meridionale e nel Kenya nordorientale. In alcune aree della Somalia, del Kenya, del bacino del Lago Vittoria, del Burundi, del Ruanda e della Tanzania le piogge stagionali potrebbero superare i 400 millimetri.
Più pioggia può migliorare pascoli e disponibilità d’acqua dopo anni difficili, ma può anche significare alluvioni, raccolti distrutti, infrastrutture danneggiate, popolazioni isolate e maggiore diffusione di malattie trasmesse dall’acqua o dagli insetti. La valutazione regionale della WMO ricorda che tra ottobre e dicembre cade fino al 70 per cento della pioggia annua in alcune parti di Etiopia, Kenya e Somalia. Un’anomalia concentrata in quella finestra può quindi cambiare l’intero bilancio dell’anno.
Il problema è aggravato dal contesto. Secondo il piano strategico dell’Organizzazione mondiale della sanità per agosto 2026-gennaio 2027, oltre 37,8 milioni di persone nella regione vivono o rischiano una grave insicurezza alimentare. Conflitti, sfollamenti, sistemi sanitari fragili e riduzione dei finanziamenti umanitari trasformano un’anomalia climatica in un moltiplicatore di vulnerabilità. El Niño non crea da solo la crisi, ma può far convergere nello stesso luogo scarsità di cibo, malnutrizione, epidemie, danni alle strutture sanitarie e difficoltà di accesso agli aiuti.
Dalla meteorologia alla salute, ai raccolti e ai prezzi
Gli effetti economici e sociali non si fermano nelle aree direttamente colpite. Siccità o piogge eccessive possono ridurre la produzione di riso, cereali, zucchero, caffè, cacao e oli vegetali; interrompere trasporti e catene logistiche; limitare la produzione idroelettrica; aumentare il ricorso al raffrescamento e quindi la domanda elettrica; danneggiare strade, ponti, reti idriche e abitazioni. Le conseguenze attraversano le frontiere sotto forma di rincari, oscillazioni dei mercati, costi assicurativi e nuove pressioni sui bilanci pubblici.
Anche la salute risponde alle variazioni di temperatura e pioggia. Nell’agosto 2026 l’Organizzazione mondiale della sanità ha richiamato i governi sui rischi di malattie e mortalità legate al caldo, infezioni trasmesse dall’acqua, maggiore diffusione di vettori come le zanzare, malnutrizione, problemi di salute mentale e interruzioni dei servizi essenziali. Anche qui il rapporto non è lineare: piogge intense possono creare ristagni, ma perfino la siccità può costringere a conservare acqua in contenitori favorevoli alla proliferazione degli insetti.
Che cosa significa per l’Italia
Per l’Italia non esiste un rapporto semplice e automatico tra El Niño e il tempo di una determinata stagione. Le teleconnessioni sono più robuste nelle aree tropicali e nei territori affacciati sul Pacifico. In Europa il segnale viene filtrato dall’Atlantico settentrionale, dalla corrente a getto, dalla circolazione artica, dalle condizioni del Mediterraneo e da oscillazioni atmosferiche che possono prevalere su quella proveniente dal Pacifico.
La previsione globale di temperature superiori alla media deve quindi essere letta come un’indicazione stagionale, non come una previsione meteorologica per Roma, Milano o Palermo. Non autorizza a stabilire oggi quante perturbazioni raggiungeranno l’Italia, né a etichettare preventivamente come “effetto di El Niño” ogni episodio di maltempo. Per le decisioni locali restano determinanti gli aggiornamenti del Servizio meteorologico nazionale, della Protezione civile e dei centri regionali.
Ciò non rende il segnale irrilevante. Un Mediterraneo caldo, suoli alternatamente aridi e saturi, città esposte alle isole di calore e infrastrutture dimensionate su serie storiche sempre meno rappresentative aumentano la vulnerabilità italiana. La preparazione non consiste nell’indovinare oggi il tempo di gennaio, ma nel verificare se reti elettriche, ospedali, acquedotti, invasi, sistemi di drenaggio e piani di emergenza siano pronti a gestire una gamma più ampia di condizioni estreme.
La previsione è già una responsabilità
La mobilitazione annunciata dalla WMO con i servizi meteorologici e idrologici nazionali nasce proprio da questo principio. Secondo Saulo, mai nei cinquant’anni di storia dell’Organizzazione era stata avviata un’azione di questa portata insieme ai servizi nazionali incaricati di fornire previsioni e informazioni capaci di salvare vite e mezzi di sussistenza. Un El Niño eccezionale, ha sintetizzato, richiede una preparazione e una risposta eccezionali. La frase non è un espediente retorico: una previsione così concorde offre mesi per predisporre riserve alimentari e sanitarie, regolare gli invasi, proteggere le colture, aggiornare i piani contro caldo e incendi, controllare le infrastrutture, rafforzare la sorveglianza epidemiologica e portare gli allarmi fino alle comunità più isolate. È la differenza tra usare la scienza come strumento di governo e limitarsi a contarne le conseguenze quando l’emergenza è già iniziata.
I sistemi di allerta non possono impedire agli oceani di riscaldarsi o alle piogge di cadere, ma possono salvare vite e ridurre danni. Allo stesso tempo, l’adattamento non sostituisce la riduzione delle emissioni: prepararsi a un clima più pericoloso è indispensabile, continuare ad alimentarne il riscaldamento rende ogni preparazione più costosa e meno efficace.
El Niño non è il cambiamento climatico e non è il responsabile unico degli estremi che vedremo. È però un potente acceleratore temporaneo dentro una tendenza di lungo periodo costruita dalle attività umane. La corsa evocata da Guterres è dunque reale: da una parte crescono il calore e i rischi; dall’altra deve crescere, più rapidamente, la capacità politica e sociale di proteggere le persone. Il Pacifico ci sta concedendo un preavviso. Sprecarlo trasformerebbe una previsione eccezionalmente precisa nell’ennesima emergenza annunciata.
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