Addio a don Antonio Mazzi, il sacerdote di Exodus che ha segnato una generazione
La scomparsa di don Antonio Mazzi, fondatore di Exodus e sacerdote vicino ai giovani, apre una riflessione profonda sul disagio giovanile, sulla solidarietà e sul ruolo della comunità nella società italiana contemporanea.
La notizia della morte di Don Mazzi ha scosso il mondo dell’associazionismo, della scuola, dei media e anche dello sport, dove il sacerdote veronese è stato spesso voce critica e appassionata. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera e da altre testate nazionali, don Antonio Mazzi è morto il 31 luglio all’età di 96 anni nella sua storica casa all’interno del Parco Lambro a Milano, cuore della Fondazione Exodus che lui stesso aveva creato negli anni Ottanta. La morte di Don Mazzi, educatore e attivista impegnato nel recupero dei tossicodipendenti, segna la fine di una stagione della pastoralità sociale, ma lascia una rete di comunità e progetti che continuano ad accompagnare giovani e famiglie in tutta Italia.
La figura di don Antonio Mazzi e la nascita di Exodus
Nato a Verona nel 1929, don Antonio Mazzi ha dedicato la sua vocazione a chi la società tendeva a escludere: ragazzi coinvolti nella droga, persone emarginate, famiglie in difficoltà. Nel 1984, nel Parco Lambro di Milano, ha fondato Exodus, inizialmente una “carovana” educativa itinerante, poi una rete di comunità e centri diurni per adolescenti e giovani alle prese con dipendenze, abbandono scolastico e fragilità sociali.
Le cronache sulla morte di Don Antonio Mazzi sottolineano come Exodus sia diventata, in oltre quarant’anni, uno dei punti di riferimento per il contrasto alla tossicodipendenza in Italia, lavorando non solo sul recupero terapeutico, ma sulla ricostruzione dell’autostima e dei legami sociali. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato il fondatore di Exodus come “sacerdote, educatore, comunicatore che ha speso interamente la sua esistenza al servizio degli ultimi e dei fragili”, evidenziando il valore civile del suo impegno. Le comunità Exodus sorgono spesso in contesti naturali, cascine e spazi verdi pensati come luoghi di rinascita dove il rapporto con l’ambiente, il clima e la vita all’aria aperta diventa parte del percorso educativo.
L’eredità sociale, mediatica e sportiva di Don Mazzi
La morte di Don Mazzi ha suscitato numerose reazioni dal mondo istituzionale, ecclesiale e civile. A comunicare il decesso è stata la stessa comunità Exodus, mentre varie testate hanno ripercorso la sua storia di sacerdote, educatore, giornalista e volto televisivo, capace di portare nei talk show e nei programmi d’approfondimento il tema del disagio giovanile e delle dipendenze. Proprio la sua presenza in televisione ha fatto sì che Don Mazzi diventasse per molti un riferimento nazionale: un prete capace di parlare di droga, solitudine, sport e etica con un linguaggio diretto, spesso in dialogo con calciatori, allenatori e personaggi del mondo del calcio, dove più volte ha richiamato i giovani al valore educativo dello sport.
La camera ardente è allestita alla Cascina Molino Torrette, nel Parco Lambro, aperta a tutti senza formalismi, e i funerali fissati nella basilica di Sant’Ambrogio a Milano, pensati come una liturgia “viva”, animata dai canti e dalle testimonianze dei ragazzi delle comunità Exodus. La notizia della morte di Don Mazzi chiama oggi il mondo dell’educazione, del sociale, dell’ambiente e anche dello sport a raccogliere la sua eredità: costruire contesti inclusivi, dove la cura delle persone più fragili si intreccia con la tutela degli spazi urbani e naturali, con un impegno quotidiano che va oltre il singolo evento di cronaca.
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