Ciclone Harry: come si è formato e cosa c’entra il cambiamento climatico
Il ciclone Harry ha colpito duramente il Sud Italia, provocando una delle peggiori ondate di maltempo degli ultimi decenni tra Sicilia, Calabria e Sardegna. Piogge torrenziali, venti tempestosi e mareggiate eccezionali hanno causato allagamenti, evacuazioni e danni stimati nell’ordine di centinaia di milioni di euro – con un bilancio destinato probabilmente a crescere.
In alcune stazioni meteorologiche si sono registrati oltre 500 millimetri di pioggia in 72 ore, mentre le raffiche di vento hanno superato i 100 km/h e le onde hanno raggiunto altezze prossime ai 10 metri lungo le coste. Non si è trattato di un semplice episodio di maltempo, ma di una tempesta mediterranea di intensità straordinaria.
Come si è formato il ciclone Harry
A rendere il ciclone Harry particolarmente distruttivo non è stata solo la forza delle raffiche, ma soprattutto la durata dell’evento e la vastità delle aree coinvolte. I dati regionali mostrano che diverse stazioni meteorologiche hanno superato i precedenti record di vento medio giornaliero, un parametro chiave per valutare l’impatto reale di una tempesta.
Le immagini dell’enorme voragine che si è aperta sul lungomare di Santa Teresa di Riva, in provincia di Messina, dopo la violenta tempesta che si è abbattuta sulla costa nella serata di martedì 20 gennaio. pic.twitter.com/1j9ZTAUtzk
— Local Team (@localteamit) January 21, 2026
Harry era un ciclone extratropicale, nato da un vortice di bassa pressione di origine atlantica che si è isolato nel Mediterraneo occidentale. Una particolare configurazione atmosferica – con alte pressioni che hanno agito come un “blocco” – ha rallentato il suo movimento verso est.
Questo spostamento molto lento ha avuto un effetto cruciale: ha concentrato per giorni piogge intense, venti fortissimi e mareggiate sulla stessa area geografica. Il risultato è stato un accumulo di energia e precipitazioni su scala locale, con effetti amplificati su territorio, infrastrutture e comunità.
Pur non essendo un uragano tropicale, il ciclone Harry ha raggiunto un livello di intensità che, nel Mediterraneo meridionale, si osserva raramente: in alcuni casi non si registravano eventi comparabili da 40 o 50 anni. In Sicilia, ad esempio, l’evento ha superato per estensione e persistenza cicloni che in passato avevano già causato danni gravi. Questo ha contribuito a moltiplicare gli effetti sull’agricoltura, le reti elettriche, la viabilità e i centri abitati.
Grossa #mareggiata a Furci Siculo.
(Video di Francesco Albino) pic.twitter.com/94yiKY1xXb— MC (@Virus1979C) January 20, 2026
Il legame con il cambiamento climatico
Il cambiamento climatico, provocato dalle attività umane e in particolare dall’utilizzo di combustibili fossili, ha giocato un ruolo centrale nell’intensificazione del ciclone Harry. Il Mediterraneo è oggi significativamente più caldo rispetto alle medie storiche, con anomalie che in alcune zone superano i +2,5 °C. Un mare più caldo significa più energia disponibile per i sistemi temporaleschi e ciclonici, che possono così diventare più intensi e violenti.
Come ha sottolineato in una nota Greenpeace Italia, «il nostro Paese è esposto con sempre maggiore intensità e frequenza agli effetti del surriscaldamento globale». L’organizzazione ricorda inoltre che l’aumento delle temperature marine amplifica la forza dei fenomeni estremi, rendendo tempeste come il ciclone Harry più probabili e più distruttive.
Secondo il Climate Risk Index, negli ultimi decenni centinaia di migliaia di persone nel mondo hanno perso la vita a causa di eventi meteorologici estremi, con perdite economiche di migliaia di miliardi di dollari. L’Italia risulta tra i Paesi più colpiti, un segnale chiaro della vulnerabilità del nostro territorio.
“Non si sono neanche spostate le macchine” questa la situazione in Sicilia. (La quarta era una delle strade principali di Linosa) pic.twitter.com/uoTC4yJGUP
— aleja 🦊 (@altemaree) January 22, 2026
Un campanello d’allarme per il futuro
Il ciclone Harry non è un caso isolato, ma parte di una tendenza più ampia: eventi estremi più frequenti, più intensi e più costosi. Senza interventi strutturali per ridurre le emissioni e rafforzare l’adattamento ai cambiamenti climatici, il rischio è che tempeste di questa portata diventino sempre meno eccezionali.
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NOTE: questo articolo è stato generato con il supporto dell’intelligenza artificiale.
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